5 minuti con Gesù

Commento al Vangelo del giorno a cura di P. Antonio Maria Carfì

11 Ottobre 2023 - Mercoledì

11 Ottobre 2023 - Mercoledì

 

Carissimi Amici, buongiorno a tutti! Dio è Amore!

Mettiamoci in ascolto della Parola di Gesù:

Dal Vangelo secondo Luca – 11,1-4

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».
Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione».

Oggi facciamo nostra la richiesta dei discepoli di Gesù: «Signore, insegnaci a pregare». Sì, perché sentiamo il bisogno di imparare davvero a farlo. È vero, nel corso della giornata diciamo tante preghiere (e il Signore le accoglie tutte, anche se non fatte bene e tra mille distrazioni). Ma un conto è “dire le preghiere” e un conto è “pregare”. Nel “dire le preghiere” è impegnata la mente e la bocca, ma nel pregare è impegnato il cuore!
Cosa vuol dire pregare alla scuola di Gesù Maestro? Significa innanzitutto prendere coscienza della nostra figliolanza, del nostro essere figli di Dio. Le nostre preghiere/richieste/suppliche/ringraziamenti non sono rivolte ad una divinità super-potente e capace di esaudire ogni nostro desiderio o di venire incontro ad ogni nostro bisogno. Il primissimo movimento della preghiera è quello di avere consapevolezza che ci mettiamo alla presenza non di “un dio”, ma di un Padre! Pregare è riconoscere la nostra condizione di figli amati da sempre e per sempre. Ma possiamo dire ancora di più! La parola che Gesù utilizza non è esattamente “Padre”, ma “Abbà”, che significa “Papà”. E questa parola è vera e propria dinamite che fa crollare tutte le barriere, tutti i muri che abbiamo costruito tra noi e Dio; parola che disintegra le paure e le diffidenze nei confronti di Dio.
Quante volte ci è accaduto di costruirci immagini false di Dio: un Dio che manda malattie, che fa accadere disastri naturali, incidenti e disgrazie, che quasi gode delle nostre sofferenze. Diciamoci la verità, la parola “Dio” è anche pericolosa, è una sorta di contenitore dove all’interno possiamo mettere tutto e il contrario di tutto. In nome di Dio si possono compiere opere di carità straordinarie (Madre Teresa e tutti i Santi della carità), dare la vita per qualcuno (P. Kolbe), essere testimoni viventi della misericordia divina (P. Pio) … Ma in nome di Dio si compiono anche nefandezze: ci si può cingere con una cintura di tritolo e farsi esplodere in un luogo pubblico; tagliare la gola a chi non la pensa come noi.
Le immagini terribili di ciò che sta accadendo in queste ore drammatiche proprio nella Terra di Gesù ne sono una testimonianza indiscutibile. Ma se la mia fede è in un Dio-Papà allora tutto cambia. Pa-pà: sono le prime due sillabe (insieme all’altra parola stupenda: mamma) che un bimbo pronuncia nei suoi primi mesi di vita. Cosa c’è dunque in Cielo? Da cosa è abitato? Dalle nostre paure e angosce? Da pericoli sconosciuti? Dalle nostre ansie? Ascoltiamo cosa dice il Vangelo di Marco a proposito del Battesimo di Gesù al Giordano: «Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento» (1,9-11).
Dopo l’Incarnazione i Cieli sono aperti e sappiamo che sono abitati da una Paternità amante e provvidente, da un Padre che ci ama a tal punto da consegnare il Figlio Unigenito perché dalla Sua morte venisse a noi la vita. È terapeutica la preghiera del “Padre nostro”, soprattutto in un’epoca come la nostra che registra un’insorgenza apparentemente inarrestabile di crisi di identità che non riguarda solo gli adolescenti e i giovani, ma anche gli adulti che arrivano a dire: “non so chi sono e cosa voglio davvero”. È una preghiera che risponde a tutte le domande di senso che l’uomo si pone in ogni epoca: “chi sono?”, “da dove vengo”, “verso dove va la mia esistenza”, “qual è il senso autentico dell’amare e del soffrire?”. Con la parola “Padre” infatti affermo con certezza che sono figlio di Dio, che vengo dal Suo pensiero, che ciò che mi attende alla fine dell’esistenza non è una fredda tomba, ma il caldo abbraccio del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, l’abbraccio infinito della Vita senza più fine!
Ancora: è preghiera che non solo mi dice chi sono io rispetto al Padre, ma anche chi sono gli altri: tutti miei fratelli! Non posso infatti dire “Padre mio”, ma “Padre nostro”. E così ci si schiude la verità della moltitudine di persone che ci circondano e che noi troppo frettolosamente e a seconda degli eventi cataloghiamo con categorie selettive ed escludenti: amico/nemico, simpatico/antipatico, utile/inutile, bello/brutto, ricco/povero. Se diciamo “Padre nostro” stiamo dicendo che siamo tutti fratelli! Le uniche categorie ammesse nel vocabolario di Dio e che definiscono perfettamente la nostra identità sono solo due: figli del Padre e fratelli tra di noi.

Caro Gesù,
Tu sai chi siamo!
Siamo la “generazione zeta”, gente super tecnologica.
Chissà con quanta curiosità ci osservi
mentre con un clic ci connettiamo in tempo reale
in ogni angolo del mondo.
Già, proprio quel mondo che Tu hai creato
e dal quale però Ti abbiamo escluso.
Tu lo sai: siamo diventati frequentatori assidui
degli affollatissimi villaggi globali dei social.
Ci vantiamo di avere migliaia di amici e di followers.
Eppure… cresce in noi un senso
sempre più inquietante di solitudine e di smarrimento.
Forse non sempre
sappiamo dare nome alle nostre inquietudini,
chissà… sarà forse il bisogno di incontrarTi?
E Tu ci vieni incontro con la preghiera del Padre nostro!
Grazie Gesù perché non ci consegni
il linguaggio ermetico e difficile delle teologie,
ma le sillabe più semplici e tenere
che impariamo a pronunciare da bambini.
Sì, perché nella Tua lingua, l’aramaico,
troviamo le due sillabe più belle:
“Abbà” che significa “Papà”.
Grazie allora perché ci introduci
nel Cuore dell’Abbà Tuo e nostro
attraverso la porta di accesso della tenerezza
e della consapevolezza che posso rivolgermi a Lui
chiamandolo Papà!
Grazie perché ci riveli che siamo figli
e al tempo stesso fratelli fra di noi!
E quella fastidiosa nebbia della solitudine
pian piano si dirada per lasciare il posto
a relazioni reali e non virtuali.
Chissà se sottraendo solo trenta secondi ai social,
il tempo di recitare il Padre nostro,
non ritroviamo la gioia autentica della vita.

 

Buona giornata a tutti! La Mamma Celeste ci benedica e sorrida sempre!

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La Fraternità accoglie quanti desiderano unirsi
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(Lunedì ore 7.00)
12.00 Ora media e Santo Rosario
16.30 Vespri, Adorazione eucaristica e Santo Rosario

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